Da Carlotto

Arriviamo che sono le sette. Si entra facendosi largo tra gruppi di persone smozzicati, che si sgretolano e si ricompongono di continuo, a seconda degli umori e di chi offra da bere. All’interno l’aria sa vagamente di legno bagnato, tutti i respiri, stipati tra le bottiglie di vetro, le danno la gradazione alcolica, 15%, Biancorosso.
Carlotto è un posto appiccicoso. Le suole si attaccano al pavimento, se hai i tacchi non scivoli, se hai le sneakers scricchioli. Il rumore delle parole degli altri ti si incolla addosso anche se tu non ci fai caso, e quando esci ti ritrovi a sapere cose, neanche tu sai come.
Il Biancorosso si beve in piedi, anche se, quando arrivi al terzo, vorresti poterti sedere su un divano comodo e possibilmente dormire, solo un poco.
Carlotto mi ricorda l’Italia, come dovrebbe essere. Ci stiamo tutti, sempre.
La domenica poi si tiene chiuso, perché la domenica è un giorno di festa, non va dimenticata. Ci si ubriaca solamente nei giorni feriali, passi a bere un Biancorosso e arriva la sera che ti senti più leggero.
Usciamo per la cena.
E adesso che scrivo mi ricordo il sapore di Lisbona quando andavamo a berci una Ginjinha in una bettola in centro. Si era tranquilli, come quando si arriva in un posto nuovo, ma si sente che lì non potrà capitare mai niente di male, perché, ti pare, di esserci sempre stato.
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