Esilio

Una bambina timida vorrebbe esistere senza essere vista.
E invece tutte le volte andava nella stessa maniera. Cominciava l’appello. Io aspettavo che si arrivasse alla V e le budella mi si stringevano, sentivo il cuore battere come quando correvo la campestre, scolorivo cercando di far finta di niente. Pronunciavano il mio cognome storpiandolo il più delle volte, succede ancora. E immancabilmente arrivava la domanda che tutti a quel punto avrebbero voluto pormi.

Da dove vieni? 

Una bambina timida allora si sente affogare negli sguardi, sente di esser obbligata a costruirsi una faccia rassicurante, si trova a dover imparare a giustificare una differenza che non vede.

Qualcuno mi ha detto di averlo capito subito che ero straniera. Dai lineamenti, dall’accento. 
Io mio nonno non l’ho mai conosciuto. Né sono stata nei luoghi in cui è nato, quelli in cui, la gente, si immagina io abbia vissuto.

Vaglielo a spiegare che parlavo poco non perché non sapessi la lingua, la nostra lingua, ma perché avevo paura di non essere abbastanza per trovarmi degli amici.

Una bambina timida ha gli occhi di un estraneo. Sono cittadina di una terra che non esiste.
Il mio esilio.
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