La confessione

Mercoledì prima di Natale: confessione. 

I preti si sistemavano in uno stanzone dell’oratorio senza riscaldamento, mettevano due sedie di legno una di fronte all’altra, si sedevano e aspettavano il primo coraggioso.

Io avevo le budella aggrovigliate. Non mi muovevo dalla panca. Stavo a fissare le confessioni degli altri cercando di cronometrare quanto tempo stessero a raccontare, parlavano tanto, troppo. Li ammiravo.

Io invece mi sentivo in colpa, ero una cattiva peccatrice, perché non avevo nulla da dire. 
Mi vergognavo di non aver peccato. Così davo una pacca sulla spalla alla mia vicina, ehi, tu cosa gli dici? Cercavo qualcosa da aggiungere che mi potesse dare un tono, un peso grave, un senso, per cui essere redenta.
Il sacerdote era custode di segreti, io non ne avevo neanche uno. 

Così tutte le volte decidevo di inventare.

– ho fatto la spia
– ho picchiato mia sorella
– ho detto parolacce a mia sorella
– ho rubato le collane di mia sorella
– ho detto a mia mamma che mia sorella  mi ha rubato le collane e lei l’ha messa in castigo.
– odio mia sorella

Mia sorella centrava sempre. Mi pareva  fosse l’unica persona che potesse dare credibilità alle mie bugie: tutti sanno che una sorella minore è una palla al piede, mi giustificava.
Raccontando tenevo gli occhi bassi, mi chiedevo cosa pensasse di me il sacerdote. E ogni volta mi stupivo, mi diceva, tutto qui? Allora arrossendo un poco concludevo:

-ultimamente, ho detto bugie.

Quell’ “ultimamente” significava in realtà “in questi cinque minuti”, perché nella vita vera io le bugie le evitavo.  Ma tanto il prete mica lo sapeva.

Sono stata assolta, tutte le volte.

E tutte le volte, uscendo, mi son sentita felice: non avevo fatto annoiare il prete.

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