Un buon capo.

Quando da bambino ti ritrovi a essere il più vecchio tra tutti i tuoi cugini impari a essere capo.
Un buon capo deve prendersi cura dei più piccoli, deve proporre battaglie coi vicini di casa solo quando è sicuro di vincere.
Un buon capo non deve annoiare la banda, deve avere inventiva. 
Facciamo vomitare Massimiliano, avevo proposto quella volta. Avevamo preso una tazza piena di acqua e ci avevamo sciolto sale, zucchero e limone. Bevi, è buonissimo. Lui, ignaro e obbediente aveva bevuto. Era ingrigito di colpo e aveva cominciato a vomitare.
Un buon capo deve convivere coi sensi di colpa. 
Se si decide di suonare i campanelli e poi scappare, un buon capo lo fa per primo.
Se si decide di suonare i campanelli, ma qualcuno potrebbe vederti, un buon capo deve saper delegare.
Un buon capo ha aiutanti. Odia i sosia.
Mia cugina voleva essere me. 
Un buon capo all’inizio accetta lusingato. 
Mia cugina picchiava gli altri per starmi vicina. Diceva, con lei ci sto io, tu vai via. 
Un buon capo avrebbe dovuto eleggerla suo braccio destro. Ma mia cugina imitava i gesti, ripeteva le frasi, si faceva comprare le stesse cose che i miei genitori avevano regalato a me. 
Un buon capo capisce subito quando arriva il momento giusto per smettere di essere buono. 
Si era fatta comprare anche il cd dei Chumbawamba. BAN! Una novenne, pensavo dall’alto dei miei undici anni, cosa vuole saperne dei Chumbawamba ?!?
I copioni vanno eliminati. Sempre.
Prima li ignori. Poi magicamente, la tua preferita diventa sua sorella, la minore. 
Se ancora insiste cerchi di farti odiare, a nascondino facevo contare sempre e comunque mia cugina. 
Se persevera hai tutto il diritto di passare alle mani.
Il problema arriva quando cresci e hai un’amica che adori.
Capita che facciate la stessa facoltà e che vi laureiate lo stesso giorno.
Quella volta l’ho chiamata, Eri, le ho detto, ho deciso il titolo della tesi! Il mio prof mi aveva raccomandato di scegliere un titolo che colpisse, di essere originale. Parlavo del motto di spirito nelle avanguardie artistiche del primo Novecento.
“L’avanguardia che ride” 
Bello, incisivo.  
Perfetto.
Passano tre giorni.
Erika mi telefona. Sai, mi dice. Anche io ho deciso il titolo della tesi.
Aveva fatto un lavoro bel sul cibo nelle commedie latine, un lavoro completamente diverso dal mio, si parlava di specie ittiche e cose commestibili che adesso neanche ricordo, non ha importanza. 
Che titolo? faccio io.
“Il pesce che ride”
Ammutolisco.
Eri?
Si?
Ti rendi conto hai copiato il mio?
Ecco perché mi era famigliare! 
Cambialo, va’. Che ci laureiamo anche lo stesso giorno.
Ho già fatto stampare la tesi.
Un buon capo capisce subito quando arriva il momento giusto per smettere di essere buono. Una buona amica prega di non commettere un omicidio, viene esaudita e tutto rimane come prima.
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *