Pornosociologia

C’era una volta il porno. 
Per noi donne, guardare un porno è un po’ come vedere un documentario sugli gnu dell’Africa nera. Manca solo Piero Angela. Ci si immedesima con l’attrice protagonista, ci si chiede, questo, io, lo saprei fare? 
Un porno è un cortometraggio didattico sull’espressione di una sessualità atletica e poco probabile, proprio per questo molto divertente. Come quando ci siamo sedute tutte intorno al computer per guardare “L’ultimo bacio”.
Alla prima scena siamo ammutolite di colpo. Un’allegra ragazza  con le trecce rosse, completamente nuda se ne andava bel bella a cavallo. Poi è apparso il titolo. Pippi è i cazzi lunghi. Altro che Muccino.
Guardare un porno serviva ad esorcizzare il senso del proibito, che era comunque una paura.
Quando ho provato a scrivere su Google “luci rosse”, perché volevo comprare una fila di lampadine per l’albero di natale (beata ingenuità), ho capito che cercando in rete avrei potuto acquistare solo video hard.
La diffusione microscopica del porno l’ha trasformato in noia. E allora bisogna scongiurare una nuova paura. 
E perché non masturbarsi con il timore della morte?
La polizia scientifica ha sostituito Rocco Siffredi. Al posto del letto c’è la scena del crimine. Cominciamo ad entrare nei corpi col bisturi, l’anatomopatologo cerca la violenza per metterla in provetta.
Noi diventiamo investigatori, il senso del morboso ci affascina, abbiamo bisogno di trovare un colpevole. La morte, se prevedibile, diventa controllabile.
Io invece così mi sento nuda, cambio canale.
La Bambina ieri mi ha detto, Ilaria, lo sai che quando sarai vecchia potrai morire di mal di pancia? 
Io l’ho ringraziata, per fortuna sono ancora giovane. 
Mi ha guardato sorridente.
Poi mi ha detto, non avere paura, muoiono tutti. E’ meglio se andiamo a giocare.
Venite a giocare anche voi. Che la vita senza paura è molto più allegra, e se prima o poi finisce, pazienza.
 
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2 pensieri su “Pornosociologia

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