Una pseudorecensione.

Vi scrivo per togliermi il peso che mi ha lasciato addosso il libro che ho appena concluso.
Ve ne parlo perché è stato un pugno nello stomaco, un pugno forte, sia chiaro.
Capita che legga una recensione, si tratta di Sofi Oksanen, Le vacche di Stalin.
La paragonano alla Kristof.
Chiudo il giornale, mi vesto e vado a ordinare il libro senza neanche stare tanto a rifletterci.
Devo averlo per scoprire se è vero. Punto e basta.
Estonia, Finlandia.
Vengo catapultata in due regioni grigie, che mai ho attraversato, né coi piedi né coi libri. Arrivo in terre dure, la Oksanen me le racconta attraverso due personaggi, Anna e sua madre Katariina. Che devono fare i conti con il senso di estraneità che ti si infila sotto la pelle quando non hai radici, sei in bilico su due mondi che non riesci a volere abbastanza, li guardi da lontano, così ti trovi a dover riempire una nostalgia.
La nostalgia di chi non ha una casa, Anna la riempie con il cibo.
Il cibo è utile solo se vomitandolo riesci a  svuotare lo stomaco dai sentimenti, vergogna o paura, fa lo stesso. Se li butti nel cesso puoi tirare lo sciacquone. Puoi dimenticarli.
In  Le vacche di Stalin la lontananza sa di fame. Quella patita in dagli antenati, nonni di Anna, deportati dall’Estonia in Siberia, e quella in cui la protagonista trova rifugio.
Lo so, non sono brava a scrivere recensioni, ma detesto dilungarmi in troppi dettagli. Questi devono bastare. Allo stesso modo, però, vorrei inondarvi di parole e scaricarmi .

Di fatto è vero.

La Trilogia della città di k e Le vacche di Stalin ti lasciano dentro la stessa sensazione, che è disorientamento, credo e anche miseria. Possono richiamarsi.
Non sono la stessa cosa, attenzione. Ma la scrittura, scarna e lucidissima, è un bisturi che si conficca sotto le costole e ti ferisce.

Non credo che quello della Oksanen sia un bel libro. Credo sia un buon libro. Probabilmente ottimo.
E’ diverso.

Comunque, brava.
Da ricordarsene.

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