Shakespeare

Da qualche parte c’è un diario da bambini, con la copertina morbida e il lucchetto dorato. 
Lo vorrei ritrovare.
Per diversi pomeriggi di un’estate degli anni Novanta decido di intraprendere la carriera di regista.
Regista e attrice. 
So a memoria Romeo e Giulietta, ho visto talmente tante volte il film di Zeffirelli che mi viene un’idea brillante.
Riscrivere la scena del balcone. 
Ovviamente obbligo mia sorella a sostenere il mio progetto. Lei lo sostiene se le regalo le Big-Babol alla Coca Cola e il mio Labello alla fragola. Mi sta bene.
Scriviamo il copione a quattro mani. Giulietta deve rifiutare Romeo. E deve farlo facendo ridere. Così ci infiliamo dentro le rime, che secondo noi bambine hanno il ritmo dell’allegria. Facciamo rimare le parole proibite, quelle che abbiamo imparato dai compagni di scuola, balcone-ciccione, ciccione-culone, culone-merdone.
Recitiamo in corridoio. Abbiamo aperto la scala di alluminio. Mia sorella si siede in cima, le ho messo in testa un velo azzurro. Mia madre ci applaude e io mi sento fiera.
Così lo voglio rifare ancora, ancora e ancora.
Finisce che mia sorella si stufi. 
-Io non gioco più.
-Non puoi, ti ho pagato.
Lei semplicemente scende dalla scala, si toglie il velo e con quello mi frusta. 
Io prendo il diario e cerco di tirarglielo in faccia.
Poi mi pento. 
-Se continuiamo anche domani ti regalo quello che vuoi.
E così reinterpretiamo l’atto primo del Sogno di una notte di mezza estate.
Poi succede che mia madre mi spedisca a comprare la carne in macelleria. 
Decido che forse preferirei fare la macellaia. 
La pollivendola, tutt’al più.
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