L’ospedale

Dal punto più alto della città si vede un parcheggio. Più in là ci sono un gruppo di pini e una chiesa.
La vedi di sfuggita e anche se non preghi ti aggrappi alla croce quando cadi. La strada è abbastanza lontana, puoi contare le macchine passare e sparire, come le pecore quando devi addormentarti.
Solo che tu hai deciso di morire.
Sei salita fino all’ultimo piano in ascensore. Una donna aveva l’occhio bendato, è stato mio nipote, ti ha detto. Le hai sorriso, è una cosa grave, le hai chiesto. Ti ha detto di no, passerà anche questa. Tu le hai sorriso di nuovo come se fosse un giorno a caso, uno in mezzo a tanti.
All’ottavo piano c’è il reparto di geriatria. Spingi la porta senza farti notare, entri come se presto dovessi uscire. I vecchi ti sentono, perché trascorrono le giornate ad ascoltare i rumori dei passi: ciabatte-infermieri-, tacchi -figlie-, ruote -morte-. Ti sei messa le scarpe da ginnastica perché oggi non è un giorno di festa. Un uomo pensa, forse è mio nipote. Invece rimane solo, senza accorgersene si fa prendere dal sonno e sogna la neve.
Sei andata alla finestra di una stanza vuota l’hai aperta, l’hai scavalcata.
Non hai voluto pensare a niente.
A tua figlia hanno spiegato che quando qualcuno muore non può più tornare. Piange improvvisamente, come i temporali d’estate. Cerco di calmarla tenendola in braccio, servo a poco. Allora comincio a raccontarle le fiabe, lei mi ascolta e si asciuga. La guardo negli occhi e tu continui a cadere.
Al paese sapevano che eri triste, è solo tristezza, ti dicevano. Passerà, vedrai, quando la bambina diventerà più grande. Capita a tutte.
Quando la bambina diventerà una donna saprà che all’ospedale si può andare per morire, smetterà di pensarti per non avere paura di diventare madre. 
Non ti dimenticherà, anche se agli altri dirà che era troppo piccola per ricordarsi qualcosa.
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