Un dito

Quando mia nonna stava morendo non poteva più bere. Le avevano affittato l’appartamento sotto il nostro, così mia madre poteva essere madre anche sua. 
Finito di pranzare, quando pensava che nessuno potesse vederla, mia nonna beveva l’acqua che era rimasta sul fondo di tutti i nostri bicchieri.
Quando mia nonna faceva la dialisi noi bambine eravamo contente, perché portava a casa confezioni monodose di marmellata Santa Rosa a tutti i gusti. Le mangiavamo coi grissini, tranne quelle alla ciliegia, quelle rimanevano nel paniere.
 
E’ morta il 15 marzo 1995. 
Abbiamo pianto con mia madre e poi ci hanno portate nel bosco a raccogliere violette. Abbiamo messo il mazzetto nella bara, poi l’hanno chiusa con le viti.
Al funerale ero in prima fila. 
Una fontana.
C’era un chierichetto, biondo e con la faccia da slavo.
Mi guarda e ride. 
Mi pare impossibile. Mi paralizzo.
Poi comincia la musica, mio padre aveva scelto la passione secondo Matteo, Bach. 
Io ricomincio a piangere e lui ricomincia a ridere.
In cinque secondi mi dimentico di mia nonna. Controllo che i miei non mi guardino.
Ho le mani giunte, sul petto, come mi avevano insegnato a catechismo. Piano piano faccio scendere la sinistra, stringo il polso della mano destra in modo da renderla ben visibile.
Lo guardo negli occhi. Lui mi fissa e ha gli occhi stupidamente felici.
Così abbasso le dita. Tutte, tranne il medio. 
Glielo mostro così, davanti all’altare, tanto Gesù sarebbe comunque venuto a saperlo.
Lui impallidisce e si fa subito serio.
Il più santo vaffanculo di tutta la mia vita, mia nonna lo sa.
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