Me tomsé bohut piar cartìhum

Fino al 31 dicembre ho insegnato italiano agli stranieri. Per precauzione scrivo dei lavori che faccio solo quando il contratto è scaduto. 
Mai si sa.
Insegnare italiano agli stranieri è difficile e bellissimo. Lo puoi fare se hai fantasia e pazienza.
Io ho insegnato solo a uomini adulti, per un progetto regionale per formare cassaintegrati e persone in mobilità. 
A dire il vero non so da dove iniziare. Perché dovrei raccontarvi un sacco di mondo e un post è troppo breve.

I miei alunni preferiti erano un ghanese, Joseph e un indiano Kumar.
Joseph aveva 23 fratelli, una madre e due matrigne. Kumar mi portava i vassoi di dolci a lezione, mi insegnava l’hindi e il punjabi. 
Tutti i miei alunni erano in Italia da almeno 15 anni, e tranne un caso, erano tutti semianalfabeti.
Non dovete pensare che gli immigrati, o almeno una buona parte, non vogliano imparare l’italiano per pigrizia. Tutte le persone che ho incontrato mi hanno spiegato che avendo una famiglia completamente sulle spalle, di solito molto numerosa, dovessero lavorare almeno una decina di ore al giorno.

Quando insegni una lingua, il significante non è meno importante del significato. Perché certi suoni non esistono dappertutto. Tutti gli indiani pronunciano la z come j. Ho mangiato un risotto alla jucca.
E allora devi mostrare come si produce un suono, dove appoggi la lingua e che rumore imiti.
Bisogna saper essere semplici, che è come dover preparare lo zaino per scalare una montagna altissima, deve essere leggero e contenere tutto quello che ti aiuterà a sopravvivere.

Mi hanno chiesto cosa significasse la parola voce, e faglielo capire che tutte le cose hanno un suono e che solo la voce parla, o canta.
Non ricordo che ritornello abbia cantato quella volta. Questa è la voce, ho detto.
Hanno capito subito.

Con Kumar si chiacchierava a modo nostro. Mi parlava dei suoi figli. Sua figlia si chiamava Rajna, nome che deriva dalla stessa parola indoeuropea che ha prodotto il latino rex e l’italiano regina.
Regina, sua figlia si chiamava Regina.
Joseph invece rideva di gusto, sempre. Gli mancava un dente davanti e aveva una pelle di un marrone che pareva velluto.
Mi ha chiesto perché scrivessi in corsivo, e allora gli ho spiegato che è un modo per disegnare le lettere più velocemente.
Lui ha corrugato la fronte. Gli ho chiesto la ragione.
Devo scusarmi con mia figlia, tutte le volte che ho controllato i quaderni e ho visto queste linee l’ho messa in castigo. E qualche volta l’ho anche picchiata, credevo fosse disordine.

Eleria, mi diceva Kumar, tu mia insegnante troppo brava. Io lo correggevo e poi gli dicevo grazie.
E adesso insegnami qualcosa di importante nelle tua lingua.

Lui prendeva la biro facendo un sorriso largo.
Guarda, questo  in hindi è importante, मैं तुमसे प्यार करता हूँ, che si pronuncia me tomsé bohut piar cartìhum e significa io ti amo.

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