I vivi

Quando arrivava il giorno dei morti potevo tirar fuori dall’armadio il paletot da festa perché secondo mia madre solo allora era abbastanza autunno, prima potevo patire il freddo nella giacca da mezza stagione.
Caricava in macchina me e Serena, andavamo a dire una preghiera sulla tomba dei suoi genitori e poi su quella dei suoi nonni. Al cimitero guardavo i fiori degli altri per capire se erano più belli dei nostri.
Mia mamma sceglieva sempre i crisantemi bianchi e i ciclamini rosa, così la nostra tomba si adeguava alle altre senza distinguersi, l’ho sempre trovata una scelta noiosa. Io e mia sorella facevamo a gara per andare alla fontana e riempire di acqua una delle bottiglie di candeggina Ace impilate vicino all’entrata.
Si andava a pranzo dagli zii di mio padre. Mio padre ci aspettava lì, insieme a suo cugino, si trovavano la mattina presto per cucinare l’arrosto di uccelli e la polenta onta, chiamarla polenta fritta non rende abbastanza. C’era una tavola lunga, quella degli adulti e poi un tavolo sull’angolo, quello dei bambini. Il caminetto rimaneva acceso tutto il giorno. 
Gli adulti bevevano il vino, noi piccoli facevamo gara di rutti con la Coca-cola, non ci sentiva nessuno tanto c’era chiasso. Ci raccontavamo quanti dolci avevamo guadagnato la notte di Halloween, afferravamo con le dita la polenta con la crosticina dorata, mettevamo in bocca tutta la fetta per prenderne un’altra subito dopo, avendo paura che finisse troppo presto.
Il pomeriggio ci chiudevamo nella sala del biliardo. Ciascuno aveva la sua stecca per colpire le palle alla meno peggio. Io giocavo a biliardo perché mi piaceva mettere il gesso blu sulla punta dell’asta e sentire il rumore delle bocce quando entravano in buca, spesso le infilavamo con le mani.
Verso le cinque eravamo reclutati per sbucciare le caldarroste, che venivano tenute al caldo dentro una coperta di lana infeltrita. Le unghie si sporcavano di nero e così restavano per giorni. Presto iniziava la tombola. Ciascuno aveva la sua cartella e una manciata di fagioli secchi. Perdevamo sempre, così senza farci vedere strisciavamo nella stanza col pianoforte a coda e i tappeti persiani incollati alle pareti, ci venivano le labbra scure perché là il riscaldamento rimaneva spento. Giocavamo a nascondino ed era sempre mia madre a trovarci per metterci il cappotto e dirci che era venuta l’ora di tornare a casa-l’unico momento mortalmente triste di tutta la giornata.
Adesso che il cielo è un enorme nuvola grigia ho voglia di polenta, di paletot, e castagne. Andremo al cimitero e faremo un giro sempre più lungo, i morti ci aspettano come sempre, i vivi sono a ricordarsi, lontani.
Condividi:

Un pensiero su “I vivi

  1. Ciao Ilaria , le lacrimuccie sgorgano inarrestabili e impietose !! Il pensiero di avervi lasciato tanti ricordi mi solleva il macigno che porto sul cuore . Venerdì prossimo il caminetto sarà acceso tutto il giorno , la polenta sarà sempre onta e le caldarroste aspetteranno di essere sbucciate non più da piccole manine ma da persone che per un giorno esorcizzeranno con lo stare insieme la paura della Morte onorando con i ricordi , seduti attorno ad una tavola, i nostri Cari . La tradizione va rispettata facendo partecipare da subito anche i piccolissimi che con il loro sorriso riempiono il cuore . Un abbraccio dal Nonno 55enne .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *