Una sfida

L’altro giorno ho finito di leggere un libro di un bravo scrittore. Sottolineo bravo per due ragioni. 
La prima, penso che Paolo Zardi sia bravo davvero, ha una certa onestà di stile che fa prendere un ritmo equilibrato alla scrittura, un’andatura tranquilla, che non promette niente e non dimentica niente, va dove deve andare e non è mica facile.
La seconda, per mettere le mani avanti: le considerazioni che verranno di seguito non vogliono attaccare il suo ultimo lavoro, piuttosto nascono da questo.
Il giorno che diventammo umani è una raccolta di racconti, le raccolte di racconti a mio avviso sono qualcosa di prezioso. La perfezione di una collana di perle deriva dalla perfezione di ogni singola gemma, così devono essere i racconti contenuti in una collezione. Devono essere perfettamente rotondi e allo stesso tempo ciascuno deve essere la ragione dell’altro.
Ecco.
La raccolta di Paolo parla di legami, perlopiù famigliari, fotografa la vita e tutta la sua malinconia.
Finché leggevo gli ho mandato un sms, i tuoi racconti hanno una sfumatura emo, gli ho scritto, lui mi ha chiesto emo in che senso. 
Paolo, ora te lo spiego.
Ricorrono continuamente una serie di fatti negativi- cancro, malattia, tradimento, sesso frustrato- che con l’insistenza con cui vengono proposti finiscono con lo sfiancare il lettore. Questo potrebbe essere stato il tuo intento, certo. Ma io chi esprime troppo spesso un sentimento ricorrendo alla sfiga e alle scopate lo sospetto parecchio. 
Argomento meglio.
Alcune tematiche, categorizzabili nelle grandi macroaree morte e sesso, attirano il lettore a prescindere dal modo in cui sono raccontate, perché purtroppo innescano una curiosità morbosa che fa proseguire la lettura non tanto per la qualità della scrittura, che passa totalmente in secondo piano, quanto piuttosto per sapere come va a finire, muore? si sono baciati? Tutto il resto scompare.
Quando ero adolescente, come la maggior parte degli adolescenti, credevo che per essere interessante dovessi essere anche problematica. Lo sono stata e ho sprecato del tempo. Una conquista dei vent’anni è stato capire che se hai talento puoi smettere di recitare una parte.
Ora. Attenzione, il rischio che ha corso Zardi e che ha evitato per un pelo grazie alla qualità del suo stile, è quello di essere noioso e stucchevole. Uno meno capace avrebbe probabilmente prodotto un surrogato di Cinquanta sfumature di grigio, magari pretendendo di passare per l’intellettuale dannato, arrivato sulla terra per mettere nero su bianco il dramma del nostro tempo.
Ok. La facilità del male la raccontano in tanti, perché in pochi si misurano con la reale complessità del quotidiano?
Quando ho terminato il libro ho scritto una mail a Zardi, lanciandogli una sfida. Vorrei che mi scrivessi un racconto breve, gli ho detto, che però:
-non contenga sesso, morte, malattia, bambini 
-sia felice senza essere banale
-sia ipoteticamente inseribile nella sua ultima raccolta 
Lui mi ha risposto ironico, con una citazione di P. Roth: niente sesso, niente morte, niente malattia e niente bambini. Di cosa devo parlare? Del panorama?
Se Roth non fosse il genio della scrittura che è (leggete il Teatro di Sabbath), probabilmente farebbe il direttore di Studio Aperto. 
Paolo ha accettato la sfida.
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