Tre minuti

Salgo sul ring dopo un’ora abbondante di allenamento che mi distrugge le spalle e rende difficoltoso il respiro.
Più decentemente combatto meno pietà hanno i miei avversari, che in quanto unica donna hanno sempre avuto il buon gusto di andarci piano. Io mica tanto, nel senso che come moscerino ho sempre cercato di infastidire il più possibile i miei giganti, buoni e pazienti, qualcuno mi fa lo sgambetto qualche altro diventa rosso quando lo guardo negli occhi.
Salgo sul ring e dopo un anno e mezzo di flessioni le mie braccia sono diventate robuste, il pugno veloce. Riesco a chiacchierare anche col paradenti, sbavando un po’, ma tanto sbavano tutti.
Suona il campanello e cominciano i tre minuti: dobbiamo darcele di santa ragione, per finta, di solito. Sono particolarmente gasata e dopo i primi diretti parati con destrezza o più probabilmente, particolare fortuna, vado a segno con un jab sul mento del nemico, che comunque ha il caschetto e viene ferito solo nell’orgoglio.
Smetto di essere femmina e cominciano i colpi veri.
Cerco di muovermi il più possibile, come ogni volta mi ricorda di fare l’allenatore, per stancare l’avversario e metterlo all’angolo. Il dettaglio che uno non considera è che più si fa stancare l’avversario più ci si stanca.
Sento i polsi diventare di piombo, fatico a tenerli alzati per coprirmi il viso. Non ho neanche il tempo per pensarlo che il mio avversario mi tira un gancio sulla mandibola, sento la faccia ruotare e il collo schioccare come i gusci di noce. Capisco l’utilità degli esercizi alla cervicale, che ho sempre snobbato perché poi mi viene la nausea.
In bocca ho un sapore di ruggine, tre minuti sembrano un’eternità, qualche volta.
Mi lascio prendere dalla stanchezza e di conseguenza mi becco un altro destro, sugli occhi questa volta. Non mi fa male, ma comincio a lacrimare come se piovesse.
Sono solo corpo, non ci sono più i libri, le considerazioni, le opinioni, il passato e il futuro. Mi sento viva.
E finalmente mi do una svegliata.
Paro i colpi e mi accorgo che il mio nemico usa una sequenza ripetitiva. La imparo a memoria, così la blocco. Riesco ad aprire la strada con un diretto sinistro e a piazzare il più bel gancio della mia breve carriera di pugile. Prendo il mio gigante giusto sull’orecchio, lo stordisco e con un impeto di coraggio – o totale incoscienza- punto il fegato.
Mi piego sulle ginocchia, divento piccola e mi catapulto in avanti.
Gli entro così bene nel ventre che un po’ mi dispiace. Dura poco. Vengo travolta da altri due compagni che si stanno esercitando sopra il ring, mi investono come un treno ad alta velocità. Non si accorgono di niente. Mi busco una spallata fuori programma che mette ko la mia spavalderia.
Mi scanso e invoco la campana per attaccarmi agli elastici e farla finita. Anche il mio avversario ha gli occhi stravolti, gli dico e se la smettessimo un po’ prima?  Uso le ultime energie per un occhiolino di disperazione. Funziona.
Si toglie i guantoni, si asciuga il sudore.

Se non diventerò scrittrice sapete dove trovarmi.

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3 pensieri su “Tre minuti

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