12 marzo 2014

Mi tuffo in mattine larghe, che lasciano spazio a un sole brillante e pensieri felici.
La mia vita ha preso la rincorsa, devo allenare il respiro e gonfiare i muscoli per riuscire a starci dietro.
La sera camminiamo stanchi per le vie del centro tenendoci la mano, ho poco tempo per scrivere, cerco di ricordare tutto quello che vivo in questi giorni per raccontarlo nei pomeriggi di pioggia, pieni di noia e lentezza velenosa.
Usciamo da un bar imbevuto di gente e spritz campari, incrociamo Oreste -un negro zoppo e sordomuto- che saluta Marco con la mano e un sorriso silenzioso che mi fa sentire fortunata.
Nello stagno di mio padre è atterrato un germano reale per riposarsi e fare un po’ di nuoto. Chiudiamo i cani in salotto e usciamo tutti in giardino ancora in pigiama, ci accucciamo vicino al cancello a guardare l’anatra che passa il becco sotto le piume e ci sembra un miracolo.
Nel pomeriggio la piazza si riempie di bambini con indosso i primi paia di occhiali da sole che li fanno sembrare tante mosche colorate che giocano a rincorrersi inciampando qualche volta.
Vicino al duomo ci sono due peruviani che provano a suonare il flauto di pan stando dietro a una canzone andina vomitata da uno stereo anni Novanta a massimo volume. Non azzeccano neanche una nota, ma continuano con ostinazione, un euro per il coraggio glielo darei volentieri.
Gli alberi si colorano, i cani segnano i lampioni e grattano l’erba, pesto una cacca guardando il cielo.
E’ primavera, ancora una volta e non mi stanco mai.
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