Luce

Sotto la finestra si aggrovigliano i rovi. L’erba cresce a ciuffi cercando di farsi largo e trovare un varco, nessuno ha colto le more che sono rimaste ad aspettare sotto la pioggia diventando sempre più scure. Più in alto, intorno al fico, ronzano i calabroni. Si aggrappano ai frutti maturi che pendono dai rami stanchi, la vite si è attorcigliata all’albero e lo stringe.
Dietro le piante iniziano i campi, c’è profumo di fieno, starnutisco un paio di volte. Poggio la tazza dentro il lavello, sento tre spari uno dietro l’altro: si cacciano gli uccelli, è cominciato l’autunno.
L’unico cane che non siamo riusciti a tenere si chiamava Luce, le piaceva scappare.
Era un setter bianco e nero, il corpo affusolato le serviva per correre veloce in mezzo ai prati, saltava il cancello, attraversava la strada e poi via, correva verso il bosco e poi ci entrava, si tuffava dentro i cespugli e in mezzo al fiume, senza fermarsi. 
Noi provavamo a starle dietro.
Io e Serena la seguivamo col fiato grosso e le scarpe sporche, è così che abbiamo imparato a fischiare con le dita, gridavamo Luce, e lei ritornava per finta, si faceva vedere e spariva di nuovo, come fosse stato nascondino.
Le piacevano soprattutto i tacchi e i cellulari.
Quando riuscivamo a farla rimanere in casa fingeva di dormire, solo quando era sicura che nessuno la stesse guardando strisciava in una delle nostre camere e prendeva il primo telefono che trovava su un comodino.
Rosicchiava lo schermo, la tastiera e tutto quello che sapeva di plastica. Come i telecomandi, i tablet, le punte delle mie ballerine rosse o il primo smartphone di mio padre.
Del giorno in cui abbiamo dovuto restituirla mi ricordo solo che abbiamo pianto tutti. Né i guinzagli né gli educatori erano riusciti a risolvere il problema: è affetta da randagismo, ci avevano detto i veterinari, non ci potete fare niente.
Di Luce nessuno parla più perché una storia triste. 
Credo che qui le sarebbe piaciuto e adesso che è arrivato l’autunno vorrei vederla tornare, all’improvviso. Sfrecciare in mezzo all’erba tagliata e impigliarsi dentro i rovi pieni di more, ad aspettare che apra la porta per asciugarle le zampe, piene di mondo.
Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *