Il barbecue

A Zia Erminia piacciono i bigodini, li fissa sui capelli bianchissimi e ogni mattina ha riccioli precisi che le incorniciano la fronte piena di rughe orizzontali.
Zia Erminia ha novantadue anni e mi dice di chiamarla bisnonna nonostante si dimentichi subito il mio nome. Porta degli orecchini rotondi e le ciabatte da dottore, passa a visitare i cavoli e le zucche nell’orto, controlla come stia la verdura che ha bisogno di cure più dei malati. Le piace la terra, e ogni volta che andiamo a trovarla mi racconta dei sui fiori, degli insetti che ci ronzano intorno o della pioggia che li inzuppa. E’ una donna allegra, ci sente poco ma ormai il rumore delle parole le entra dagli occhi.
Arriviamo un sabato mattina, la troviamo indaffarata a togliere le erbacce dal viale che porta al parco giochi. Ci parla un dialetto strettissimo che qualche volta le incastra le consonanti nella dentiera.
Ci dice che nel quartiere ogni sera arrivano dei nuovi ragazzi, gente brava, ci assicura, si mettono attorno al tavolo da pic-nic a chiacchierare, come si faceva una volta. Intanto va a prendere un sacchetto e sradica quattro cipolle grosse quanto un pugno.
Continua raccontando che i ragazzi arrivano a gruppetti, si chiamano con il cellulare e si aspettano vicino all’entrata, saranno in quindici e usano il camino senza farci le braciole.
Io e Marco ci guardiamo un po’ perplessi, ci chiediamo quale sia il senso di un barbecue senza il fuoco, così ci avviciniamo facendo finta di niente. Zia Erminia ha il fico da mostrarci che è pieno di calabroni e ci fa abbassare le teste.
Il camino è particolarmente ordinato, ci sono le cesoie da un lato e un paio di guanti dall’altro. Nel mezzo svetta un bong in erezione, lungo e impertinente si finge complemento d’arredo, sperando che nessuno ci faccia troppo caso. Sto per scoppiare a ridere ma Marco mi intercetta e mi ordina di tacere aggrottando le sopracciglia.
Intanto zia Erminia ci dice che non capisce a cosa servano certi marchingegni, ma l’importante è tenere tutto pulito, i ragazzi sono bravi e quando lasciano lo sporco ci pensa lei a lucidare il tubo di vetro. 
Loro la ringraziano.
Marco sgrana gli occhi, prende la zia sotto il braccio e torniamo in giardino.
Le dice che in fondo i ragazzi sono giovani, possono arrangiarsi da soli, e che sta arrivando il freddo è meglio che non prenda colpi d’aria.
Quando saliamo in macchina comincia a brontolare che certe cose ai suoi tempi si facevano meglio e mi fanno ridere i suoi trentun’anni, quando il passato era migliore si smette di crescere e si comincia a invecchiare.
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