La graduatoria

Per accedere al tfa bisogna superare tre esami.

Il primo l’ho fatto a luglio, il quindici per esattezza. Era una mattina completamente blu, io e Erika non avevamo studiato, lavorando studiare era l’ultimo dei miei pensieri. Così avevo cercato di prenderla con filosofia, avevo proposto alla mia amica di vestirci con la stessa maglietta keep calm and be Barbie, c’era scritto. Io avevo anche il rossetto fucsia.
Come previsto eravamo almeno un migliaio.  Le ragazze sedute vicino al mio posto raccontavano di una app che usavano quando erano in bagno per ripassare le capitali del mondo. Io so a malapena tutte le capitali d’Europa, già se ci muoviamo verso l’Africa comincio a confondermi. Le avevo guardate incerta, non sapendo bene se fosse il caso di vergognarmi per la mia ignoranza o provar pena per la loro secchionaggine.
Abbiamo risposto alle sessanta domande e sulla via del ritorno Erika ha stoppato a Monte Berico per guardare Vicenza senza nuvole.
Evidentemente stavo simpatica alla madonna perché al secondo esame eravamo in duecento e c’ero anch’io. Era novembre ed ero appena tornata da Milano, sfinita. C’era storia, geografia, linguistica e Montale. Ci avevano fatto togliere le merendine dal banco, solo l’acqua, la penna e il foglio.
Al bagno si va solo per urgenze gravi, mi raccomando, ci aveva detto il presidente. Riesco a fare il compito tendendola fino all’ultimo.
E forse qualcuno vuole davvero che io faccia l’insegnante, mi dico, perché miracolosamente passo all’orale.
Ci interrogano a mo’ di speed date: quattro professori su un tavolo lungo tartassano ciascuno su ogni materia d’esame. I professori sono rilassati, voi siete i bravi, mi dicono, ormai il peggio è passato.

Supero l’orale e mi sento benissimo. Vado in Feltrinelli e mi compro un paio di romanzi per festeggiare, poi arriva Lorenzo e ce ne andiamo a pranzo insieme. Disseppellisco il futuro di insegnante che in questi anni avevo dimenticato: per la prima volta in tutta la mia vita mi sembra un’opportunità reale.
Pazienza per i 2.600 euro che dovrò pagare di tasca mia per frequentare il tirocinio – un corso che mi abiliterà, ma che non mi darà una cattedra – pazienza il lavoro in ospedale da combinare al pendolarismo. Ce l’ho fatta, mi dico. E comincio a scrivere il primo paragrafo di questo post che oggi non avrà la fine che pensavo.

Sì, perché ieri sono uscite le graduatorie definitive e io sono idonea ma non ammessa.
Significa che ho superato tutte le prove, ma non è detto che entri. Non ci sono abbastanza posti.
Io sono la centoventesima su centodiciassette. Ho lo stesso punteggio degli ultimi vincitori, ma sono più vecchia, quindi scendo in graduatoria.

Mi si contorcono le budella e mi prende la voglia di farmi spiegare da Walter White come si costruisca una bomba.

In segreteria mi dicono che devo avere pazienza. Se ci saranno rinunce sarò tra le prime ad essere chiamata.
Aspetti fino all’otto gennaio e tenga d’occhio il nostro sito perché comunque non la contatteremo, e dovrà immatricolarsi in pochissimi giorni, ah ovviamente se entra.

Se entro.

Cara  madonna di Monte Berico: io credo di esserti stata sulle palle fin dall’inizio, perché questo è un colpo basso che neanche un pugile sarebbe riuscito ad assestare così bene.

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3 pensieri su “La graduatoria

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