Paco

Il mio cane doveva morire, gli spariamo, avevano detto, poi una famiglia l’ha salvato.
La famiglia però ha due bambini piccolissimi, non possiamo tenerlo, ha detto la madre, cerchiamo qualcuno a cui regalarlo. Così il loro cane è diventato il mio cane.
Il mio cane si chiama Paco, ma io avrei voluto chiamarlo Bingo.
La mattina usciamo per la passeggiata quando il mondo è ancora stanco, a Paco piace l’erba alta si tuffa e ci nuota dentro, annusa ogni ciuffo, se fosse per lui per fare tre metri ci vorrebbe mezz’ora
Il mio cane mi ha insegnato che c’è sempre qualcosa da distruggere.
Quando non trova le scarpe di Marco prende i miei libri e rosicchia gli angoli. Sbriciola i quaderni e i fazzoletti sporchi, qualche volta strappa il pelo ai porcellini d’india e si vede che è soddisfatto anche se lo sgrido.
Il mio cane quando scrivo si trasforma in gatto: sale sulle ginocchia, solo che è troppo grande, si appoggia con le zampe sul tavolo a guardare il computer così io non riesco a scrivere un bel niente.
Più delle persone gli piacciono i lobi delle persone. Li lecca piano ed è come se volesse sussurrare qualcosa all’orecchio di ciascuno. 
Ridono tutti.
Il mio cane si arrabbia quando non capisce i rumori: il gel per capelli che esce dal tubetto, l’aspirapolvere, la chiave che gira nella toppa. 
Quando esco a buttare la spazzatura lui mi aspetta davanti alla porta per saltare in alto quando rientro e fare festa come se avessimo vinto i mondiali. 
Lo saluto mettendomi a ballare, ritornare da qualcuno dovrebbe essere sempre così facile.
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