Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, prima parte

Siamo in cento e poco più. Iniziamo un pomeriggio di gennaio, in un’aula a gradoni. Qualcuno riconosce qualche vecchio compagno di università. Qualche fortunato è già seduto vicino a un paio di amici. Io sono in seconda fila, mi metto nel posto più esterno in modo da essere comoda se ho bisogno di uscire. Davanti a me c’è una ragazza seduta su una ciambella e con un bambino in braccio. Ha partorito da cinque giorni. Non è l’unica. I neo genitori non godono di alcun permesso. Hanno la frequenza obbligatoria come gli altri: si può saltare solo il trenta per cento di ogni lezione. Questo significa che se un insegnamento dura due ore si possono saltare al massimo 34 minuti. Ogni assenza va comunque giustificata e recuperata con lavori da fare a casa.
Dopo due settimane i bambini presenti al corso cominciano ad ammalarsi, uno finisce all’ospedale. 
Ci dicono di non preoccuparci, che tutto andrà bene. 
Due tutor ci prendono le firme all’entrata e all’uscita. Gli insegnanti ci invitano a fare le spie se vediamo qualcuno falsificarle, è una delle poche cose che porta all’esclusione immediata dal Tfa. Ci pregano di essere puntali nonostante si arrivi da lontano. Io mi sveglio alle sette vado al lavoro, pranzo all’una, all’una e mezza sono in autostrada, alle tre sono in aula e alle sette mi rimetto al volante per tornare a casa. Rientro col buio. Tutto sommato sono fortunata: qualcuno deve prendere il treno, qualche altro viene da Mantova, dal Friuli o dalla Toscana e si è dovuto trasferire a Padova. 
Io fino ad aprile riesco a tenere il mio lavoro. E’ dura. Qualche volta piango. Soprattutto il sabato.
Ogni week-end abbiamo i laboratori. Interi pomeriggi passati a simulare progetti, analizzare documenti, elaborare rubriche di valutazione che verranno a loro volta valutate. In poco tempo inserisco la modalità scrittura automatica, dobbiamo redigere una quantità esorbitante di relazioni che nessuno leggerà mai, ma che saranno la testimonianza del nostro constante impegno. Per riuscire a consegnare tutto dobbiamo consumare la notte o programmare le sveglie almeno un’ora prima.
Chi lavora in ufficio lascia il posto, prende aspettativa o chiede il part time.
Io ho ventinove anni, a casa ho solo Marco, lo vedo poco e ci litigo spesso. Chi ha famiglia vede i figli solo nei ritagli di tempo. C’è chi a cinquant’anni è ancora precario, c’è chi vuole fare il professore perché il dottorato l’ha deluso, c’è chi ha accettato il calvario della scuola perché crede ancora che insegnare sia un mestiere bellissimo.
Siamo tutti ugualmente stanchi, non c’è pietà per nessuno. Cominciamo a scalare una montagna senza sapere quanto alta sia e se in vetta ci sia un rifugio.
Speriamo di non cadere.
(Continua…)
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