Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, seconda parte

Il primo trimestre arrivano gli insegnanti di pedagogia che insegnano come insegnare a chi già insegna. Qualcuno li ascolta perché per il corso ha pagato quasi tremila euro, qualche altro non li ascolta per lo stesso motivo. Tutti ci annoiamo da morire.
La maggior parte dei docenti ci spiega che dobbiamo promuovere lo sviluppo di competenze negli alunni in ottica inclusiva, possibilmente adottando tecniche didattiche diversificate, al passo con i tempi reali e digitali, e lontane dalla barbosa didattica tradizionale, ormai superata. 
Tengo a precisare che la pappardella ci viene vomitata addosso attraverso splendide lezioni frontali monologate, che hanno una durata media che va dalle due alle quattro ore, se siamo fortunati con una pausa centrale di dieci minuti. 
Sospiriamo, io leggo i romanzi di nascosto. 
La prima cosa che impariamo quando parliamo di handicap è di non chiamarlo mai con il suo nome, ma di nasconderlo dietro il nome del ragazzo che lo porta, per rispetto, ci dicono. 
In classe ho un caso di autismo. SBAGLIATO. Sei matto? E’ umiliante. Devi dire. In classe c’è Federico che è affetto da autismo.
Peccato che poi come compito per casa ci diano da scrivere uno studio di caso.
Una docente di didattica speciale ci tratta a priori come se avessimo picchiato un disabile. Ci ordina di alzare la mano se ci riteniamo persone normali. Pronuncia la parola normali come se fosse sinonimo di serial killer
Nessuno si muove, un po’ per omologazione, un po’ per farla tacere il prima possibile. 
Sostituiamo le parole tabù – cieco, zoppo, handicappato – con tecnicismi più anonimi – ipovedente, BES, DSA. Uno studioso americano che avevo inserito nella mia tesi si chiedeva provocatoriamente “l’invalido si alza dalla carrozzella se lo chiami ipocinetico?”
In Italia pare di sì.
Non vedo l’ora che arrivino gli insegnanti di lettere, dice qualcuno.
Il secondo trimestre arrivano. Didattica della letteratura, della storia, della geografia, educazione linguistica.
Sono tutti miei ex docenti universitari che dichiarano apertamente che loro a scuola non hanno mai insegnato e che odiano i pedagogisti. Sta volta nessuno ci insegna come insegnare, abbiamo l’onore di ascoltare degli pseudo corsi monografici, brutte copie di programmi che troviamo pari pari sul sito di unipd, già pensati per le lauree triennali.
Quella di letteratura ci racconta Il conte pecoraio, quello di storia le Annales, l’insegnante di educazione linguistica si ingarbuglia proponendoci modelli di grammatica valenziale che lei stessa fatica ad interpretare.
Sopportiamo facendo il conto alla rovescia, quanto manca alla fine? 
Impariamo a chi non vogliamo somigliare. Mai.
(continua..)
Ti sei perso la prima parte? Eccola!
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2 pensieri su “Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, seconda parte

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