Quiete

Torno da scuola coi finestrini abbassati, entra la polvere dei cantieri, lungo il guard rail sono fioriti i papaveri. Accendo la radio e sento poco niente, l’aria mi riempie le orecchie così penso al mare, si sta bene in questi giorni, sarà il cielo, sarà che senza i maglioni mi vedo più bella e mi viene il buon umore a scoprire le braccia e farle scaldare al sole.
I campi vicino alla strada sono stati aperti dalle ruspe, dentro la terra scorre il metano, c’è un tubo nero che non si sa dove vada a finire, intorno una decina di operai col casco arancione si passano le sigarette o i picchetti come non ci fosse differenza.
Gli animali che escono dal bosco per cercare l’amore muoiono sulla strada, le ruote li appiattiscono e diventano ombre scure incastrate dentro l’asfalto. Ci passo sopra come ogni giorno, ormai non faccio attenzione neanche ai tornanti, li conosco a memoria e non ho nessuna fretta.
Dopo la curva vedo prima il cancello, poi la casa. Davanti alla porta d’ingresso è seduto un vecchio con una calopsite bianca sulla spalla, gli sta vicino all’orecchio e non si muove, vieni via le gridano le rondini, ma il suo padrone è sempre allegro, non ha mica bisogno di volare per essere contenta.
Li saluto con la mano anche se ci vediamo solo per un momento, il vecchio mi fa un cenno con la testa e mi strizza l’occhiolino. Mi chiedo se abbia ancora una moglie o se si sia comprato un pappagallo per ricordarsi come ci si sente quando si ha ancora qualcuno a cui essere fedeli.
Non lo vedi come siamo tranquilli? mi urla la calopsite da lontano.
Così rallento e mi volto per guardali ancora: devo smetterla di farmi domande inutili quando tutto, per un poco, è al posto giusto.

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