Racconto di un Sabato

Al famoso concorso letterario siamo in otto: alcuni spauriti, altri disinvolti. Io sono terrorizzata. Siamo stati selezionati per leggere il nostro racconto davanti a tre famosi editor e a un bel pubblico vivace, chi vince sarà spedito al famoso festival del libro. Ci siamo capiti.
Si sale su un palco, si legge il testo, si ascoltano le critiche e si incassano i colpi, meglio se in silenzio. Il mio pensiero è di non starnutire, perché l’aria condizionata va a mille e continuo a sfregarmi il naso. Non ho un fazzoletto. Si va per estrazione, aspetto il mio turno.

Gli editor sono bravi e sono seri, quando individuano un punto debole colpiscono affondando la lama; gli scrittori portano le ferite con disinvoltura, ciascuno accetta le proprie mancanze senza ribattere, si cureranno i dolori in solitudine, senza farsi vedere.

E poi.

Poi arriva lui. Bello, con il gilet e la voce da pornoattore, si chiama Sabato, che cazzo di nome è Sabato poi, ditemelo voi. Sale sul palco e gli amici gli regalano l’applauso perché al microfono ha specificato di essere un amante della filologia, e che il suo libro preferito lo chiama L’Etranger anche se l’ha letto in italiano perché lui comunque è un filologo. Vai Sabbbato!!!, gli urlano. Noi ascoltiamo il nostro nuovo Pier Vincenzo Mengaldo ancora più curiosi.

Inizia leggendoci di un uomo e di una tenda. Ci deve esser stato un omicidio, si cerca il colpevole tra i villeggianti. I personaggi e l’ambientazione sono intrappolati in un cumulo di aggettivi e metafore di altri tempi, perdo l’attenzione e non capisco più niente, tu capisci? chiedo al mio vicino, solo che è brutta roba, mi risponde.
Riprendo le fila quando arriva la conclusione. Ci sono due che fanno sesso dentro il lago, forse piove. Fine

Se dovessi paragonare il suo racconto a un oggetto, penserei alle poltrone finto barocco che si trovano in quei bar modaioli che durano una stagione e poi muoiono.

Il famoso editor comincia a colpire e gli siamo grati davvero, usi parole che andavano bene nell’Ottocento, gli dice, orinare, chi cazzo orina più’? Si dice pisciare. PISCIARE. E’ un racconto da sfoltire, sono contento che tu sia venuto così gli scrittori presenti in sala sapranno chi non dovranno imitare mai.

Ci si gela il sangue, nessuno fiata. Sabato afferra il microfono, comincia a giustificarsi. Beh, è una sua opinione, a me non pare e in lontananza vedo arrivare Maria De Filippi.
Si alza una mano dal pubblico.
Non sono d’accordo, dice uno. Orinare è molto attuale, pensiamo a Duchamp, per esempio. Il suo Orinatoio è apprezzato dal mondo intero, non vedo perché stiamo qui a criticare il povero Sabbbato, orinare, pisciare, in fondo è lo stesso. Se può Duchamp può anche lui.
Il famoso editor rimane composto. Che voto gli daresti, chiede.
E’ mio amico, dice l’altro, ovviamente dieci.
Ovviamente. E che voto gli daresti se non fosse tuo amico?
Ho già risposto.
E allora sappiamo quanto considerarti.

Per fortuna che Sabbbato ha in mano il polso della situazione. Torna al microfono, e via con lo spiegone, d’altra parte è lui che fa il filologo.
Quello che mi dispiace, sottolinea guardandoci tutti, è che non abbiate capito come la scena finale del racconto sottintenda una profonda metafora della vita, il protagonista fa sesso con una donna certo -ma quella donna- quella donna simboleggia la grande, maestosa Madre Natura, mi rammarico che nessuno di voi l’abbia compreso.

Si aggiusta il ciuffo, scende dal palco.
Scuotono il barattolo coi nomi da estrarre.
Prima di parlare accertati che quello che hai da dire sia più interessante del tuo silenzio, mi ricordo.
Starnutisco, tocca  a me.

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