Ritornare

Quando viaggio le mie paure sono dappertutto e diventano più grandi. In autostrada penso che se camminando guardo il cielo e sbatto la fronte contro un lampione e poi piango dal male, figurati se corri così e finiamo contro un guardrail. Passiamo il confine la notte e si vede che la terra è cambiata perché non c’è niente che la rischiari. La gente del posto ha la bocca piena di denti e di consonanti rocciose. I negozianti le sanno trasformare nelle lingue di chi porta le infradito e che è arrivato per stare sdraiato con l’ombelico in su, verso il sole. In costume siamo solo pelle, come si sta bene a preoccuparsi soltanto della cellulite, dovrei sistemarmi il culo, lo segno come proposito anche se non è così nobile, ma insomma. A stare troppo a poltrire mi prende la noia, devo leggere qualcosa -leggo di una donna di nome Maria, e dei suoi amori tristi e mi intristisco anch’io – cosa ne dici se giochiamo a racchettoni e facciamo finta che sono le Olimpiadi? Perdo due set anche se baro.
La notte piove. I fulmini sono righi orizzontali che aprono le nuvole, lo sai quante nuvole ci stanno in un cielo? Non uso l’ombrello perché ha la punta di ferro è magari vengo colpita e affondata come il materassino che si sgonfia in mezzo al mare perché prendo uno scoglio, visto che mi lascio portare dove vuole il vento e non ci bado. Mangio e digerisco, mangio e digerisco, qualche volta devo bere un caffè di controvoglia perché non ho sempre il bagno a portata di mano.
Mi dico che quando torno scrivo un post di come sono stata bene, perché anche se ho paura di tutto non ho voglia di tornare e buttarmi addosso chi ero io, chi siamo noi e l’autunno che, lo vedi, ha accorciato le sere e ci aspetta dietro l’angolo per ricominciare da dove eravamo rimasti.

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